Dott. Annibale Bertola

Stigma e fenomeni migratori

La diversità culturale, lo stigma e l’approccio psicodinamico alla comprensione dei comportamenti prosociali: (a cura di Annibale Bertola)

Una breve nota introduttiva ai fenomeni psicologici connessi all’immigrazione

Il punto di vista che si sviluppa in queste pagine è che il paradigma psicoanalitico non sia limitato alla sola situazione di setting psicoterapeutico (quasi un affare privato fra terapeuta e paziente) ma possegga potenzialità euristica e costrutti concettuali utili anche alla comprensione de fenomeni socioculturali. Lo stesso Freud pone nella sua opera la massima attenzione ai fenomeni culturali, storici, artistici osservandoli con strumenti psicoanalitici.
Uno stigma tipico del nostro tempo è la diversità (razziale, culturale, storica) in quanto popoli diversi dal nostro e da quelli occidentali si pongono in maniera dissonante rispetto alle aspettative basati sui nostri presupposti storici.
Il confronto con le diversità, che finora era limitato soltanto alle esperienze dei viaggiatori, dei turisti e più anticamente dai missionari che si recavano nei Paesi del l’allora cosiddetto “Terzo Mondo” acquista ora una rilevanza centrale, dato il consolidarsi del fenomeno migratorio che si impone ai nostri giorni.
La rappresentazione sociale prevalente nella maggior parte degli strati della popolazione autoctona connota il “diverso” (perché ha la pelle di colore differente, o una religione diversa da quella cristiano/cattolica, o una differente cultura gastronomica) si costruisce sulla base del noto processo percezione-stereotipo-pregiudizio.
Ne riceve conferma la dinamica generalizzante del diverso come “inferiore” o comunque irriducibile alla nostra identità, in quanto portatore essenzialmente di estraneità.

Diverso è anche chi propone un punto di vista o un comportamento o un atteggiamento che non sia di esclusione dell’altro/degli altri: si veda – ad esempio – la criminalizzazione delle Organizzazioni non Governative o in generale di chiunque postuli accoglienza nei confronti dell’immigrato. In altri termini la connotazione di estraneità, quindi di pericolo per la propria identità culturale e personale, non è giustificata solo dalla presenza dello straniero ma anche da chi propone di accettarlo o comunque nei suoi confronti postula una strategia diversa dalla espulsione e dall’allontanamento.

Atteggiamento tanto più incomprensibile, in quanto ormai i rapporti internazionali (con tutte le implicazioni che ne derivano) non sono più appannaggio dei governi ma vengono gestiti anche da compagnie economiche, attori privati, soggetti come la Caritas, la Croce Rossa, La comunità di Sant’Egidio (Raffaele Marchetti, La diplomazia ibrida italiana Mondadori, 2017) e dagli gli organismi sovranazionali (ONU, UNHCR, etc).
Una possibile metodologia di superamento dello stigma socioculturale può essere suggerito dalla psicologia dinamica, oltre che dalla psicologia sociale, quando si ponga il problema di un superamento dello “Stigma”.
Si veda l’indifferenza o addirittura l’ostilità con cui talvolta ci si rapporta ai casi di rapimento di volontari o operatori umanitari (Giuliano Ferrara definì “due stupidine” le volontarie rapite in Africa durante uno dei tanti scontri fomentati dallo sfruttamento delle risorse naturali di quel continente). Alla mentalità stigmatizzatrice contribuiscono purtroppo alcuni atteggiamenti ambigui nel mondo solidaristico. In un dibattito con operatori brasiliani mi è stato rinfacciato che secondo fonti dell’esercito brasiliano solo nell’area amazzonica vi sarebbero 100000 ONG, mentre nell’area nordestina del Paese non ce ne sarebbe alcuna. Il sottotesto era che in realtà le ONG siano presenti per secondi fini, e quindi allignerebbero dove il territorio è ampiamente sfruttabile (data la presenza di ricchezze naturali, come i minerali pregiati) mentre gli operatori umanitari sarebbero ben lontani dalle aree di bisogno effettivo (come il nordest brasiliano).

Un dato che però contrasta singolarmente con il dato fornito da Sergio Marelli (“ONG: una storia da raccontare”, Carocci Editore, Roma (2018) esisterebbero in tutto il mondo non oltre 30.000 ONG….
Una delle vie attraverso cui opera la stigmatizzazioneè la manipolazione dei dati e delle informazioni.
Lo psicologo può contribuire attraverso ricerche sul campo: riferisco in queste slides su due vecchie ricerche, sicuramente obsolete, che investigavano il mondo della motivazione al Servizio Volontario Internazionale (una delle prime aree in cui si sono manifestate quelle che oggi definiamo ONG) e il mondo dei volontari nelle carceri.
In entrambe le ricerche ( la prima con L’Object Relation Technique di Phillipson e il WZT e E. Wartegg, la seconda con il metodo del Differenziale Semantico, da Osgood) emergeva le tendenza marcata negli aspiranti al servizio internazionale a comportamenti di tipo riparatorio.
Nella seconda tratti di idealizzazione della figura del carcerato e di svalutazione del mondo “affluente”. (Potremmo dire oggi della società ipermoderna che esclude e ghettizza il diverso, creando le condizioni per la devianza).

Si propongono due possibili modelli interpretativi psicodinamici.
Il primo derivato dalla teoria dei Sistemi Motivazionali di Lachmann, Fossaghe e Lichtenberg (il Caregiver si pone in maniera supportiva nei confronti di chi ha bisogno della sua assistenza/sostegno, terapia). (J. Lichtenberg, F. Lachmann, J. Fossaghe I sistemi motivazionali Il mulino, Bologna 2012).
Il secondo da una rilettura di Celani del modello di “struttura endopsichica” come viene delineato da Fairbairn. (IL PROBLEMA DELLA “RIMOZIONE DELL’OGGETTO BUONO” NEL MODELLO TEORICO-CLINICO DI W.R.D. FAIRBAIRN Psicoterapia e Scienze Umane, 2015, XLIX, 1: 395-412.)

Accettando la sua proposta interpretativa contrariamente a quanto riteneva Fairbairn l’adattamento da parte del soggetto non viene sempre mediato dall’Io centrale, ma in casi particolari (compatibili con le pressioni che derivano dalla società contemporanea, post-moderna, liquida o ipermoderna che dir si voglia) si potrebbe ipotizzare che la motivazione prosociale talora venga adottata sulla base della parte egoica scissa che agirebbe la riparazione riuscendone poi a porre gli esiti del suo comportamento riparatorio al servizio dell’Io Centrale.
Quando invece la mediazione con la realtà venga svolta dalla parte di Io scissa correlata con l’oggetto antilibidico si avrebbe la scaturigine dei disturbi “caso al limite” la cui prevalenza sta caratterizzando la psicopatologia die nostri giorni.

Da notare infine che secondo Pozzi e Marta (autrici di un’ottima introduzione alla psicologia del volontariato, prevalentemente derivata dall’approccio cognitivo) orientate alla comprensione dei fenomeni sociali, essenziale perché si distingua la azione eticamente buona., altruistica ma episodica dal comportamento prosociale vero e proprio è il fatto che il comportamento prosociale si sviluppa in condivisione con organismi gruppi e strutture dotate di una propria continuità identitaria (le ONG, si direbbe oggi; le associazioni o organismi di volontariato, si sarebbe detto un tempo). (E. Marta, M. Pozzi Psicologia dle volontariato o Carocci, Roma, 2012)
Condizione necessaria perché questa sussista è che l’organizzazione possegga una propria struttura funzionale e non sia legata solo all’azione di singoli individui.